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Che cos’è il male gaze?

Da ricordare
  • Il male gaze, o “sguardo maschile”, indica un modo di filmare e mostrare le donne come oggetti da guardare, dal punto di vista di uno spettatore che si presume uomo ed etero.
  • Il concetto viene dalla teorica britannica Laura Mulvey, che lo ha formulato nel 1975 partendo dal cinema hollywoodiano.
  • Non si limita ai film: pubblicità, videoclip, videogiochi, social… e il porno mainstream ne è l’esempio più crudo.
  • Non indica lo sguardo di ogni singolo uomo, e un altro sguardo esiste, anche nel porno.

Il male gaze è ovunque. Nelle recensioni dei film, nei dibattiti femministi, nelle pubblicità dei profumi. E nel porno che guardiamo la sera, chiedendoci perché, sullo schermo, la donna sembri lì solo per arredare. Del male gaze si parla molto, ma lo si spiega molto meno. Quindi vi diamo gli strumenti per riconoscerlo da sole, in un film come in un video porno. E per sapere che un altro sguardo esiste (spoiler: eccita anche lui).

Che cos’è il male gaze?

Il male gaze, o “sguardo maschile”, è un modo di mettere in scena le donne come oggetti del desiderio invece che come soggetti che desiderano. La macchina da presa adotta il punto di vista di uno spettatore che si presume uomo ed eterosessuale: indugia sui corpi, li spezzetta, li offre allo sguardo. La donna viene guardata. Raramente guarda.

È una grammatica visiva, fatta di inquadrature, piani e racconti che abbiamo visto così tante volte da sembrarci neutri. Avete in mente quell’eroina ripresa dalle caviglie alla bocca, lentamente, mentre l’eroe la scopre? Ecco.

Male gaze non vuol dire “lo sguardo di un uomo”

È la confusione più diffusa, e falsa tutto il dibattito. Il male gaze non è lo sguardo di questo o quell’uomo: è un modo di filmare, con i suoi codici. Una donna dietro la macchina da presa può benissimo riprenderli, e filmare un’attrice come un oggetto. Un uomo può altrettanto bene filmare in un altro modo. La critica e ricercatrice Iris Brey insiste su questo punto in Le Regard féminin. Une révolution à l’écran (Éditions de l’Olivier, 2020): quello che conta è da dove si filma, non chi tiene la macchina da presa.

Da ricordare Il male gaze descrive un modo di filmare che trasforma le donne in oggetti da guardare. Non dipende dal genere della persona dietro la macchina da presa.

Da dove viene il male gaze? Laura Mulvey, 1975

Il concetto di male gaze è stato formulato da Laura Mulvey, regista e teorica del cinema britannica, nel saggio “Visual Pleasure and Narrative Cinema”, pubblicato nel 1975 sulla rivista Screen. Lì analizza il cinema hollywoodiano classico con gli strumenti della psicoanalisi.

La sua idea sta in un’immagine: tre sguardi che convergono. Quello della macchina da presa. Quello del personaggio maschile, che agisce e fa avanzare la storia. E il nostro, di spettatrici e spettatori invitati a identificarsi con l’eroe. In fondo a questi tre sguardi, un solo bersaglio: il corpo dell’attrice, che interrompe il racconto il tempo di essere contemplato.

Cinquant’anni dopo, il testo è discusso e criticato. Ma la parola è rimasta, perché dà un nome a quello che molte donne provavano davanti a uno schermo senza riuscire a dirlo.

Dove si vede il male gaze oggi?

Il male gaze si vede ovunque si mettano in scena dei corpi: al cinema e nelle serie, nella pubblicità, nei videoclip, nei videogiochi e sui social. I supporti cambiano, la grammatica resta la stessa: un corpo femminile esposto per uno sguardo che non è il suo.

DoveCome si riconosceEsempio tipico
Cinema e serieInquadrature che indugiano sul corpo, eroine senza un vero percorsoLa macchina da presa che risale lentamente lungo le gambe all’entrata dell’eroina
PubblicitàCorpo femminile senza alcun legame con il prodotto vendutoUna donna in costume per vendere pneumatici
VideoclipDonne come arredo, senza voce né ruoloBallerine filmate a pezzi intorno all’artista
VideogiochiDesign ipersessualizzati, poco funzionaliUn’armatura che lascia la pancia scoperta
Social networkPose e filtri calibrati per essere guardateLa curva della schiena “che funziona” su Instagram

Al cinema, un piccolo strumento permette di misurare lo scarto: il test di Bechdel, ideato dalla fumettista americana Alison Bechdel. Un film lo supera se contiene almeno due donne con un nome che parlano tra loro di qualcosa che non sia un uomo. L’asticella è bassa. Molti film restano sotto.

Il male gaze nel porno: cosa mostra la macchina da presa, e cosa dimentica

Il porno mainstream è la forma più diretta di male gaze: tutto è filmato per l’eccitazione di uno spettatore immaginato maschio. L’inquadratura, il ritmo, il finale della scena: tutto segue il suo piacere. Il vostro resta fuori campo.

Prendete l’inquadratura POV, da “point of view”. La videocamera è tenuta dall’uomo, all’altezza dei suoi occhi. Non vedete mai il suo volto, solo il corpo della partner, dal basso verso l’alto. Letteralmente, vi prestano il suo sguardo. Aggiungete i primi piani centrati sulla penetrazione, mentre il clitoride resta spesso lontano dall’obiettivo.

E poi c’è il finale. La ricercatrice americana Linda Williams lo ha analizzato già nel 1989 in Hard Core: Power, Pleasure, and the “Frenzy of the Visible” (University of California Press): il “money shot”, l’eiaculazione filmata all’esterno, serve da prova visibile del piacere maschile. La scena finisce lì. Sipario.

Il piacere femminile, invece, si fa raro. Nei 50 video più visti di Pornhub, il 18,3% delle donne viene mostrato mentre gode, contro il 78% degli uomini (Séguin, Rodrigue e Lavigne, Journal of Sex Research, 2018). Quattro volte meno. E quando l’orgasmo femminile compare, passa spesso dalla sola penetrazione… il che non corrisponde a quello che vive la maggior parte delle donne.

Ma attenzione: amare una scena mainstream non dice niente di male su di voi. L’eccitazione non si comanda, e non vi impegna a niente. Sapere come è stata costruita un’immagine permette semplicemente di scegliere, e di cercare anche piattaforme di porno pensate per le donne, dove la macchina da presa guarda in un altro modo.

Da ricordare Nel porno mainstream, la macchina da presa adotta lo sguardo dell’uomo (inquadratura POV, primo piano sulla penetrazione, “money shot”). Risultato misurato: nei 50 video più visti di Pornhub, il 18,3% delle donne gode sullo schermo, contro il 78% degli uomini.
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Come riconoscere il male gaze? 5 domande da porsi

Per individuare il male gaze basta chiedersi chi guarda, chi viene guardato e a chi l’immagine fa piacere. Queste cinque domande funzionano davanti al film della domenica come davanti a un video porno.

  • Chi agisce? Chi prende le decisioni, fa avanzare la storia o la scena?
  • Chi viene guardato? Su quale corpo indugia la macchina da presa, e per quanto tempo?
  • A chi è rivolto il piacere? Al personaggio femminile, o allo spettatore che si immagina dietro lo schermo?
  • Il corpo è spezzettato? Sedere, seno, bocca in primo piano, senza volto né sguardo?
  • Il desiderio della donna ha un punto di vista? Si sa cosa vuole, cosa sente, cosa la fa scattare?

Tre risposte che pendono dalla stessa parte? Probabilmente è male gaze. Nessuna vergogna ad averlo guardato.

Il male gaze appartiene a tutti gli uomini?

No. Il male gaze è un modo di filmare ereditato da un’industria, non lo sguardo naturale di ogni uomo. Molti uomini non ci si riconoscono, e alcuni ne pagano il prezzo a loro volta.

Perché questo sguardo impone un copione da entrambi i lati dello schermo. Alle donne, quello di essere desiderabili. Agli uomini, quello di esibirsi: avere un’erezione a comando, durare, avere il corpo “giusto”. Un ruolo altrettanto stretto, solo meno visibile.

Gli studi cominciano a misurarlo. Su 195 uomini eterosessuali intervistati da Kuan, Senn e Garcia (SAGE Open, 2022), più è grande lo scarto tra il sesso visto nel porno e il sesso vissuto, più calano la loro soddisfazione sessuale e la loro autostima. Un’altra ricerca, condotta da Gewirtz-Meydan, Bőthe e Spivak-Lavi su 726 uomini (Archives of Sexual Behavior, 2024), collega un uso problematico del porno a un maggiore confronto con il corpo altrui, e poi a un’immagine corporea più negativa. Sono correlazioni, non prove di causa. Ma raccontano la stessa cosa: questo modello non rende per forza felici nemmeno gli uomini.

L’autrice femminista americana bell hooks lo scriveva già nel 2004 in The Will to Change: il patriarcato danneggia anche gli uomini, tagliando loro l’accesso alle emozioni. E ci sono uomini che filmano in un altro modo. Il female gaze, ricorda Iris Brey, non ha sesso.

Ma attenzione: riconoscere che anche gli uomini soffrono di questo sguardo non cancella lo squilibrio. Sullo schermo, sono prima di tutto i corpi delle donne a essere spezzettati, ed è il loro piacere a essere dimenticato. Le due constatazioni stanno insieme.

Da ricordare Il male gaze è un codice culturale, non un tratto maschile. Rinchiude anche gli uomini in un copione di prestazione, senza cancellare il fatto che le donne restano le prime a essere oggettificate sullo schermo.

Perché il male gaze pone un problema?

Il male gaze pone un problema perché, a forza di essere ripetuto, finisce per insegnare a tutti come guardare, e come desiderare. Un’immagine isolata non fa granché. Migliaia di immagini, viste fin dall’adolescenza, formano un copione.

Per le donne, questo copione arriva fin nell’intimità: guardarsi dall’esterno mentre si fa l’amore, controllare la pancia invece delle sensazioni, fingere l’orgasmo perché “funziona così”. Non è una debolezza, né una mancanza, né una stranezza: è solo un apprendimento. E quello che si impara si può disimparare, per esempio prendendosi il tempo di esplorare il proprio piacere senza l’ansia da prestazione.

Anche il concetto ha i suoi limiti, ed è un bene. Amare essere guardate non ha niente di alienante quando lo si è scelto: sentirsi desiderate può essere delizioso. La questione non è mai lo sguardo in sé. È chi decide, e per chi.

Female gaze: com’è l’altro sguardo?

Il female gaze, o sguardo femminile, filma a partire dall’esperienza di un personaggio invece che dal suo corpo. Non si guarda più una donna: si sente con lei. Il suo desiderio ha un punto di vista, le sue sensazioni hanno tempo sullo schermo.

Iris Brey ha reso popolare il termine in Francia nel 2020. Prima di lei, nel 1992, bell hooks aveva descritto lo “sguardo oppositivo” in Black Looks: Race and Representation: il modo in cui le spettatrici nere, che il cinema non immaginava nemmeno in sala, hanno imparato a guardare resistendo. Non siamo obbligate a guardare con gli occhi che ci vengono prestati.

Anche nel porno, l’altro sguardo ha la sua storia. Nel 1984, l’attrice e regista americana Candida Royalle fonda Femme Productions, per filmare scene pensate per il piacere delle donne e delle coppie. Altre registe l’hanno seguita. Oggi il porno etico prolunga quel gesto: consenso discusso, corpi diversi, piacere femminile filmato sul serio. E volti che godono davvero.

Da ricordare Il female gaze mostra il desiderio dall’interno. Teorizzato in Francia da Iris Brey (2020), esiste anche nel porno fin da Candida Royalle (1984) e oggi vive nel porno etico.

Domande frequenti

Quali sono i segnali più evidenti del male gaze?

Guardate chi agisce, chi viene guardato e a chi è rivolto il piacere dell’immagine. Se la macchina da presa indugia su un corpo femminile spezzettato, senza che si sappia cosa prova la donna, è un segnale forte di male gaze.

Ogni sguardo maschile è male gaze?

No. Il male gaze indica una struttura culturale di messa in scena, non lo sguardo individuale di un uomo. Molti uomini filmano, guardano e desiderano in un altro modo.

Che differenza c’è tra male gaze e oggettificazione?

L’oggettificazione consiste nel ridurre una persona al suo corpo o a una parte del suo corpo. Il male gaze è il dispositivo visivo che produce questa oggettificazione sullo schermo, organizzando l’immagine intorno a uno spettatore maschile.

Esiste un porno senza male gaze?

Sì. Il porno femminista e il porno etico filmano il desiderio femminile come un punto di vista e non come un arredo. Candida Royalle ha aperto la strada nel 1984, e oggi molte piattaforme lo propongono.